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PIERO PACINI
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E’
nato a Tuoro sul Trasimeno (Perugia) il 14/4/1936, e vive a Firenze. Dopo
aver frequentato il Liceo Artistico, per anni ha insegnato Storia
dell’Arte nei Licei di Cortona e Castiglion Fiorentino. A
metà degli anni sessanta si è definitivamente trasferito a Firenze
dedicandosi particolarmente alla critica d’arte. I
suoi numerosissimi articoli sono stati pubblicati dai più autorevoli
quotidiani e riviste d’arte. E’ autore di libri e fascicoli
monografici tra cui: Severini, Sades-Sansoni, Firenze, 1966; Gino Severini, Incisioni e Disegni, La Nuova Italia, Firenze, 1977; Moulin Rouge & Caf’ Couc’, Firenze, 1989; Lorenzo Viani, Firenze, 1987. Da: Moulin Rouge & Caf’ Couc’: Il
mito del ‘Moulin Rouge’. Il
5 ottobre del 1889 viene inaugurato a Parigi, ai piedi della collina sacra
e malfamata di Montmartre, íl ‘Moulin Rouge’, ovvero il Mulino per
antonomasia anche se le sue pale non ruotano e non macinano il grano.
All’indomani dell’apertura il locale costituisce già
un’attrazione e desta una curiosità senza fine.
Agli allegri e scatenati balli popolari si alternano spettacoli di
varietà vivacizzati da frizzi salaci, da eccentricità coreografiche e da
costumi che sfidano la morale e le convenzioni borghesi. In
cento anni di vita la fama del ‘Moulin Rouge’ si è ingigantita al
punto che il nome di questo locale riassume da solo l’idea del piacere,
della sfrenatezza e della sensualità della vita notturna parigina.
La sua insegna campeggia, a lettere di fuoco, tra le mille insegne
luminose che reclamizzano al nottambuli paradisi artificiali ed effimeri;
le pale incandescenti e bloccate continuano ad attirare folle ansiose di
turisti, di gaudenti e di solitari a caccia di sensazioni. “Ad
uscir dalle budella della ferrovia sotterranea sulla Place Blanche - ha
scritto Lionello Fiumi, un fine osservatore di Parigi - veder d’un
subito le ali del ‘Moulin Rouge’ che smanacciano incandescenti, è
proprio un sentirsi vomitati dalle fauci della balena sulla inattesa
spiaggia d’un eden lussuriante e demoniaco”. Da
cento anni esatti dura il pellegrinaggio di gente trasognata ed eccitata e
delle comparse più inusitate che sono succhiate dal largo ingresso del
falso mulino; nell’interno rosso-minio i ritmi frenetici delle
orchestre, i movimenti dei ballerini e il pulviscolo rossastro delle luci
intermittenti creano i celebrati aspetti di ‘piscina infernale’. Negli occhi stupefatti e brillanti del pubblico aggredito, sedotto,
eccitato e stordito dal rosso scarlatto, si ha la riprova che il ‘Moulin
Rouge’ porta bene i suoi cento anni; e che la sua presenza è
inscindibile dal mito e dalla leggenda della Parigi più anticonformista e
spensierata.
Da:
Lorenzo Viani. La
Parigi di Viani è ovviamente troppo peculiare per trovare il consenso
unanime, ad alcuni potrà apparire anche eccessiva e sgradevole, ma, a
questo proposito, sarà bene ricordare con Hemingway che “per Parigi non
ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli
uni dagli altri’ . Ancora una volta,
“à chacun sa vérité”, anche se la verità dell’artísta si trova
talvolta a fare i conti con le mode passeggere, con gli interessi più
diffusi e urgenti. Ora
è un dato di fatto che nel passato la cultura è proceduta spesso su
binari paralleli o divergenti, e ha trovato solo nel tempo le adeguate
giustificazioni. Sono di ieri
ad esempio, le impietose esplorazioni naturaliste di Zola e le artificiose
costruzioni simboliste di Huysmans: Teresa Raquin continua a vivere di
vita autonoma accanto a Des Esseintes.
Per la stessa ragione oggi, accanto alle più pubblicizzate
immagini della Parigi dorata, trovano ragione di essere le patetiche e
dolenti figure di Steinlen, di Laermans e di Viani, in quanto, a parità
d’impegno etico e professionale, questi artisti hanno condotto la nostra
attenzione su altri aspetti significativi della condizione umana. Viani
ha presto Parigi nella mente e nel cuore: precocemente provato dalle
necessità della vita, povero tra mille altri poveri, non perde una parola
dei discorsi incendiari che l’amico Cesare imbastisce intorno
all’opera di V. Hugo, sulla Comune e sulla Storia della Rivoluzione
francese di Michelet. Le
immagini di V. Hugo lo conquistano al punto che più tardi, ricordando i
sogni giovanili, scriverà: “Quando da giovinetto leggevo Victor Hugo il
più che mi commuoveva era Notre-Dame de Paris.
Quei periodi sonanti come una salva di batterie, di cui non si può udire il colpo di
partenza e quello di arrivo, mi rimbombavano sempre negli orecchi.
Più tardi le letture di Viani si estendono ai romanzi di Zola, di
Mirbeau, di Dostoevskíj, di Gorklj, di Richepin e di altri indagatori del
malessere sociale, parallelamente alla varia assimilazione degli scritti
di Bakunin, Nietzsche, Kropotkin, Stepniak, Andrea Costa, Pietro Gorí e
di altri apostoli della nuova realtà sociale: letture, queste, non
univoche, ma che possiedono come denominatore comune la denunzia della
miseria e dello sfruttamento dei ceti più sfortunati, l’analisi
spietata della degradazione dell’individuo, ma anche le proposte
alternative per modificare questo stato di cose. Le note della Marsigliese - commiste ad altri messaggi - cantano
presto nel cuore del giovane Viani, toccanti come le dolenti ballate del
libertario Caserio o come le nenie religiose della madre e di tutti i
“servi” della vecchia darsena: il giovane pittore si destreggia in una
temperie di furori e di richiami sentimentali, di ribellioni e di
religiosità antica. Gli
impulsi e i sogni giovanili si precisano in senso ideologico e figurativo
nella frequentazione assidua degli anarchici e degli scontenti che
circolano in Versilia, in una progressiva presa di coscienza della
condizione dei ceti più sfortunati.
Parigi finisce con l’apparire al giovane la città dove
convergono i destini del mondo, la città dove ogni uomo è libero e dove
anche il più sfortunato ha un ruolo prestabilito nel grande disegno
dell’umanità.
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