GIUSEPPE POGGIONI 

 

Funzionario di banca in pensione, Corrispondente da oltre 20 anni del Corriere dello Sport. Saltuariamente collabora con il giornale “L’Etruria” con articoli di ricordi di vita paesana

 

RICORDO DELLA MAESTRA ADA BARCIULLI.

Mi telefona Piero Pacini da Firenze: “Domenica 20 siamo tutti invitati alla festa di compleanno della nostra maestra. signora Ada Barciulli; compie 90 anni. la vogliamo festeggiare. Devi essere dei nostri anche tu.

Novant’anni! Ma come è possibile che sia passato così tanto tempo da quando con Giovannino Lorenzoni con una cartelluccia, lui di legno io di cartone pressato, due quaderni sgualciti, un astuccio con una penna con i pennini a lancia e una matita quasi sempre spuntata, partivamo da Ossaia tutte le mattine a piedi per andare a scuola a Terontola.

Era. il 1945, il primo anno dopo la guerra, non esisteva altro mezzo di trasporto che qualche bicicletta, ma quelle erano tutte per le persone che andavano a lavorare per noi ragazzi non c’era che il cavallo di San Francesco.

Ma che turbinio di ricordi e che immensa nostalgia per la “mia” maestra, per quella sua capacità di incantarci dal primo appello all’ultimo minuto di lezione.

Le regole di grammatica: quell’ A con l’acca quanto ci faceva impazzire, le tabelline alla lavagna, quanto erano difficili quelle del 7 e del 9, ma poi veniva l’ora di Storia e la signora con i suoi racconti ci faceva rivivere gli avvenimenti, vedevamo i personaggi come ora si ammirano al cinema: Garibaldi che stringeva la mano al Re d’Italia, Giulio Cesare che attraversava il Rubicone (tutti ci domandavamo, ma dove sarà il dado che ha tirato prima di attraversare il fiume) e come odiavamo furiosamente Maramaldo che vilmente uccideva Francesco Ferrucci ormai allo stremo, e come ci sembravano eroici nostri nonni dopo che avevamo ascoltato la lezione sulla Grande Guerra 15/18; l’orgoglio che provavamo quando ci faceva cantare “Monte Grappa tu sei la mia patria”, la voce ci tremava commossa pensando che qualcuno che conoscevamo vi aveva combattuto.

A raccontarlo ora ai nostri figli sembrano favole: la penna col pennino che incrociando le punte spruzzava tutto il foglio d’inchiostro, i calamai che o spagliavano inondando il banco o asciutti spuntavano i pennini, i calzoni alla zuava, la stufa di coccio rossa a tre piani che, quando il Comune non portava la legna, veniva caricata con quella che riuscivamo a portare da casa.

Mal di pancia? Olio di ricino.  Mal di testa? Olio di ricino. Eri deboluccio e inappetente ? Olio di fegato di merluzzo. Era sempre la stessa storia.

Quando, dopo qualche settimana, dall’inizio dell’anno scolastico arrivavano i tanto agognati sussidiari, la signora ce li consegnata con una cerimonia che ce li faceva sentire come un meritato premio. Erano poca cosa, ma ci sembravano tesori: le pagine sembravano di carta assorbente ed erano tutte da tagliare e noi guardavamo estasiati le poche illustrazioni quasi sempre scure e poco visibili (altro che i magnifici libri patinati di adesso).

Li ricordo tutti i miei compagni di allora, molti si sono fatti onore nella vita, ma la cosa importante è che nessuno di essi ha imboccato strade sbagliate , con alcuni ci vediamo spesso, con altri un po’ più raramente, ma nei nostri incontri ritorna spesso il ricordo di quei tempi e tutti abbiamo un grato sentimento di ringraziamento per la “nostra maestra”, che oltre alle nozioni ci insegnò ad affrontare la vita con serietà ed onestà.  Penso che nella vita di ognuno di noi, la formazione avuta nella scuola elementare sia più importante di tutta quella avuta nei successivi studi.

Come per quasi tutte le maestre di allora, anche per la signora Barciulli, l’insegnamento era una missione, plasmare il carattere dei “suoi” ragazzi era la sua grande aspirazione.

Erano tempi veramente difficili, ma favolosi, non esisteva la televisione, i giornali e la radio erano roba da signori. Molti di noi al ritorno da scuola (sempre a piedi, che fortuna quando qualche conoscente ci saliva in canna sulla bicicletta!) prima ancora di fare i compiti dovevamo aiutare la famiglia nel lavori di casa e spesso la sera dopo cena eravamo noi a raccontare ai nostri familiari la storia, la geografia che la maestra ci aveva insegnato, la grammatica interessava poco, l’aritmetica un po’ se la ricordavano perché serviva per controllare gli scarni affari.  Erano anni che la lunga tragedia della guerra aveva cancellato quel po’ di sapere che i nostri genitori avevano imparato da giovani e, con la scusa di sentire se avevamo studiato, si facevano raccontare la storia e quali erano i capoluoghi delle regioni.

La maggior parte di noi andava a scuola quasi come ad un divertimento: era bello ritrovarci in quei banchi di legno, scorticati, scarabocchiati, spesso traballanti. quante risate, che chiasso, poi, quando arrivava la Signora, tutti zitti e rispettosi, non lo facevamo per paura o per dovere, ci aveva conquistato, le volevamo bene.

Riusciva a farci apparire semplici anche le nozioni più difficili, a quel tempi non eravamo storditi dalla televisione e tutte quelle nozioni ci aprivano i primi orizzonti nel mondo e placavano la nostra sete di curiosità e di sapere.

Voglio raccontare un episodio che mi fece capire fino da allora la fortuna che avevo avuto ad avere una così brava maestra.

Ero un ragazzo abbastanza diligente, facevo sempre tutti i compiti, ma quella volta mi ero poco impegnato e il tema era venuto veramente bruttino. Ci rimasi molto male quando mi scrisse sotto, “Povero di contenuto, non ti sei applicato. Lo porterai firmato da tuo padre” il quale commentò: “Firmato da me diventerà ancora più povero”. Mio padre era del 1906 e all’epoca delle elementari era l’unico rimasto a casa con la nonna a curare la casa, mentre gli altri fratelli erano tutti in trincea sul Carso, per cui la scuola per lui solo un miraggio.

La Signora Ada ha avuto quattro figli che le hanno dato grossissime soddisfazioni, ma io credo che nel suo grande cuore c’è sempre stato e ci sarà sempre un posto per le diverse centinaia dei “suoi” scolari (se non sbaglio ha insegnato dal ‘29 al ‘75), il sapere che tutti la ricorderanno sempre con affetto e che l’hanno additata ai loro figli come colei che ha guidato con mano sicura la loro fanciullezza le darà tanta gioia. Arrivammo pulcini e diventammo ometti.

Grazie, Signora Ada, a nome di tutti i “suoi” ragazzi.

 

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